Fotografo da circa 4 anni. E scrivo da 15. Guardo da quando sono nato.
Ho sempre considerato importante la storia, il racconto, la rappresentazione di eventi, passioni, idee, vita attraverso strumenti narrativi differenti.
Scrivendo da molto tempo, mi sono reso conto dell’importanza comunicativa di una singola immagine, il potere della sintesi di un mondo bidimensionale, dove la parola a volte distruttiva e riduttiva non inficia la seduzione narrativa. L’importanza dei due modi di comunicazione è sempre stata forte.
La cosa che mi ha squassato l’anima, che mi ha acceso di fervore e passione creativa, che mi ha spinto a ricercare e ricercare e ancora ricercare, è stata la possibilità di compenetrazione dei due media narrativi. Racconti che si sviluppano in base a immagini, a fotogrammi letterali, a spunti descrittivi e a nomenclature cinematografiche. E fotografie a cui si associano racconti brevi, sensazioni, stralci di rumori di strada.
Fotografando per strada, con luce naturale, con la difficoltà di incontrare situazioni favorevoli, mi si è radicata sempre più nel profondo l’importanza narrativa delle immagini. E soprattutto, l’importanza estetica del racconto. Non puoi aspettare che il cielo si disponga in maniera da ottenere l’immagine che tu volevi ottenere; ma assecondi il modo di mostrarsi che il mondo stesso ti propone.
Le immagini devono essere pittoriche, evocative, ma soprattutto belle. Una ricerca di bellezza che prescinde dai classici canoni di definizione di equilibrio, chiasma, armonia dei pesi.
Dopo diversi anni di ricerca in bianco e nero, dove l’essenza delle composizione è stata studiata ed approfondita, approccio alla fotografia a colori. E il colore viene misurato sempre nella sintetica tricromia del bianco e nero (e grigio).
Ho cominciato quindi a raccontare quello che vedevo, e nel mio modo di vedere: immaginifico, fantasmatico, surreale. Ma è anche la quintessenza del mio essere: passionale, sognante, distaccato, alla ricerca costante di una nuova versione dei fatti.
La ricerca fotografica si è poi sviluppata su di un piano differente: ho cercato di raccontare quello che accade in una collocazione spazio temporale più ampia, in una visione personale dello svolgersi delle cose.
E così è nato il lavoro PROIEZIONI (STA PRENDENDO CORPO), in cui provo a ricreare quello che sta accadendo all’archetipo ‘corpo’, legato alla tecnologia, al mondo virtuale, alle modifiche del proprio organismo. Il corpo di donna viene tatuato da matrici e chip, sensori e piastre. Viene smembrato e dilaniato nel nero amorfo dello sfondo, diviene un catalogo di componenti cyberpunk con cui assemblarsi la propria donna.
A complemento della storia fotografica, si associa il mio racconto “la donna ideale”.
E INVASIONE, dove immagino una ipotetica invasione aliena, in cui oggetti normalmente riconosciuti e distinti, vengono visti da una angolazione spaventata e corrucciata: ombre che sembrano teste giganti, mante in silhouette che si allungano per strada, luci nella notte. Cose che dovrebbero essere conosciute, vengono non scorte, non viste, e quindi diventano elementi estranei, lontani.
Con il supporto di racconti di una singola pagina, che intervallano la sequenza delle immagini, la narrazione fotografica prende una duplice dicotomica valenza.
La prima idea potrebbe essere quella di una invasione di elementi che fino a poco tempo prima erano riconosciuti e familiari, e quindi elementi come valore, ideale, sogno, passione, studium. Un urlo disperato nei confronti della perdita di qualsiasi guizzo creativo, di spinte pulsionali forti, di sogni. L’alieno diventa quindi chi ha passioni, sogni, chi studia, chi intavola una discussione appassionata e infervorata, chi lotta, chi non si accontenta.
L’altra visione potrebbe assomigliare ad un vero assalto, congegnato e architettato, con lo scopo principale di appiattire le menti, e annichilire le pulsioni emotive, passionali, oniriche e creative.
Tutta la storia di INVASIONE prende come perno narrativo proprio l’atteggiamento diffuso nei confronti della passione, del sogno, dell’ideale e del valore.
O ancora, NAPOLI POST-ATOMICA, in cui evoco la sensazione di abbandono, di solitudine sfiduciata, di nessuna speranza nei confronti di un futuro lontano, di una città che stenta ad uscire fuori dai luoghi comuni con cui viene descritta, e affonda nella immobilità di un sistema radicato di usanze e tradizioni che la bloccano e la pietrificano.
Una città che vive il fallout di una esplosione nucleare, in cui gli esseri umani sono solo sopravvissuti, fantasmi, superstiti. In cui le strade sono devastate dal calore, dalle radiazioni, dal nulla. Foto in cui il colore brucia le retine, e arde i palazzi fino a trasformarli in un bianco accecante, che si mischia con il bianco accecante di un cielo bianco, piatto, immobile.
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Quello che ho sempre fatto è stato guardare. Dove guardare è aprire gli occhi e lasciare che il mondo li riempia.
Dove guardare è allo stesso tempo ricercare costantemente nuovi modi espressivi, nuove visioni di un mondo raccontato troppo spesso con banalità e frettolosità. Guardare è sapere come una storia voglia essere raccontata, perché non ci si ferma alla propria idea di storia, ma si lascia che la storia si racconti da sola.
Aedo.
Come un vate, mi faccio attraversare la potenza della bellezza, mi lascio ammaliare dalla straordinarietà dell’esistenza del mondo.
E come una pratica Zen, dimentico l’arco e il bersaglio e la freccia; e nel contempo li ho perfettamente presente: sono freccia, bersaglio e arco. Imparo la tecnica, per dimenticarla. Sono attento e vigile, per poi lasciarmi trasportare dalla visione.
Imparo a respirare, facendo in modo che l’aria insufflata mi gonfi i polmoni, e non il contrario.
La cattura della luce non è altro che una esperienza mistica.
Non si può rappresentare quello che si ha in mente: diventa quasi assurdo ed epico, infernale e impossibile, cercare di esternare un pensiero interno.
Non accadrà mai!
Lasciarsi attraversare da tutto quello che ho vissuto, invece, è il trucco.
Le migliaia di immagini che si sono riflesse sulle tue cornee.
Io sono uno che guarda.
Fotografare non è un click.
Fotografare è guardare.
Guardare comporta soggettività pura, dedizione, ma anche inquinamento. È uno sporcarsi e compartecipare alle immagini che si vedono e che si raccontano.
Guardare è dedicare attenzione a quello che abitualmente si muove e accade.
Guardare vuol dire ascoltare.